In ricordo di Jean-Luc Godard

13/09/2022

 

Si è spento oggi all’età di 91 anni Jean-Luc Godard, padre della nouvelle vague e nume tutelare del cinema francese e internazionale.

Lo ricordiamo con una raccolta di contenuti e risorse che possano aiutare chi lo amava a ricordarlo, chi non lo amava a riscoprirlo e sia gli uni che gli altri a comprendere l’impatto unico che la sua opera ebbe sulla Storia del cinema.

Dicono di lui

Se all’inizio degli anni Sessanta, come già si era fatto vent’anni prima dopo Quarto potere, si è potuto dividere la storia del cinema in “prima e dopo” Godard, dipende dal fatto che la rivoluzione godardiana, ancora prima di essere una rivoluzione linguistica, o estetica, prende l’avvio da una nuova pratica del cinema. Attraverso una radicale rimessa in questione – o, meglio, attraverso una messa in crisi – di tutte le regole e di tutte le consuetudini tecniche di ciò che era divenuto, col passar del tempo, il cinema. Reinventare il cinema, per Godard, non vuol dire raccontare altre storie, e neanche raccontarle in un altro modo, ma in primo luogo significa ritornare all’origine (mito della prima volta e di un’età perduta destinato ad ossessionare il cinema, dal momento in cui, con la Nouvelle Vague, è destinato a prendere coscienza di se stesso e di ciò che in lui finisce), significa ripartire dai ferri del mestiere, dallo strumento-cinema, per vedere che cosa ce ne si possa ancora fare, come usarlo in modo differente, perché sputi il rospo e possa partorire possibilità nuove, stanandolo dai suoi ultimi ridotti. E non si tratta dunque tanto di fare un nuovo cinema, quanto di inventare un nuovo modo di fare i film, e che sia anche meno caro: il fattore produzione è importante. Per un nuovo cinema, nuove tecniche; per nuove tecniche, un nuovo cinema. Se Godard è stato un inventore di forme, è perché è stato, prima di tutto, un inventore di metodi. La sua rivoluzione consiste nell’aver forgiato e rimesso costantemente in causa, nel corso di un’ininterrotta evoluzione, un nuovo metodo di fabbricazione delle immagini e dei suoni. Lo sfruttamento e la sperimentazione di nuove tecniche (all’epoca di Fino all’ultimo respiro la Cameflex e la camera a mano, un nuovo sistema di illuminazione dall’alto, non effettistica, e che permetteva una maggior libertà di messa in scena, un lavoro sulle emulsioni in bianco e nero), come del resto la rimessa in discussione delle abitudini tecniche tradizionali e della successione delle operazioni di scrittura, sia in fase di ripresa che di montaggio, sono ora i fattori che condizionano e rendono possibile l’apparizione di nuove forme.

Marc Chevrie, Questioni di metodo, in Jean-Luc Godard, Centre Culturel français de Turin, Torino 1990

 

Sul ‘metodo’ di Godard, o sul suo formarsi, un’autorevole testimonianza è quella di Raoul Coutard, il giovane direttore della fotografia che il regista si è visto imporre da Beauregard ma che diverrà il suo più stretto collaboratore e complice per molti anni, che così ricorda le riprese del film: “Di giorno in giorno, a mano a mano che i dettagli del soggetto si precisavano, spiegava il modo di realizzarli: niente cavalletto per la cinepresa, niente luci, se possibile, carrelli senza binari… poco a poco noi scoprivamo un bisogno di sfuggire alle convenzioni e anche di andare contro le regole e la ‘grammatica cinematografica’. Durante le riprese confermò questa posizione, tanto più che la suddivisione in inquadrature era fatta a mano a mano, come i dialoghi. Il film si costruiva poco per volta, durante la visione dei ‘giornalieri’. Così lui non può dire il giorno prima, e nemmeno immediatamente prima, che cosa si sta per fare: è provando la scena che la decisione viene presa e a volte, dopo aver girato un ‘ciak’, si ricostruisce tutta la scena da un altro punto di vista […]. Non è raro che, se non ha ancora bene in mente una scena, decida all’ultimo momento di girare un’altra cosa, in un altro ambiente. A volte si ferma per un giorno intero per prender tempo e riflettere”.
Primato della ripresa e della sua immediatezza, uso di tecniche agili, non appesantite dalle consuete apparecchiature (anche a scapito di un principio che solo dopo diverrà imperativo, la presa diretta del suono), grande velocità di realizzazione e conseguente basso costo, tutto ciò fa parte del normale modo di procedere della Nouvelle vague e in genere di tutte le giovani cinematografie nazionali che emergono in questi anni. Ma per Godard non si tratta solo, riducendo il personale e la strumentazione tecnica, di assottigliare la barra che separa cinema e vita: Coutard sottolinea come l’obbiettivo principale sia andar contro le regole stabilite, riesplorare più in profondità le possibilità del mezzo.

Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, 2a ed. agg., Il Castoro, Milano 2002

 

Il primo gesto dei registi della Nouvelle Vague è stato innestare le loro finzioni su un sostrato documentario. Serge Daney notava giustamente che À bout de souffle è stato il primo film dove il personaggio apriva davanti alla macchina da presa il giornale dello stesso giorno delle riprese. Ovvero un giornale non programmato dalla sceneggiatura, imprevedibile, con le notizie aleatorie del giorno in cui si filmava quella scena. A differenza della generazione precedente di registi, per i quali fare film consisteva spesso (così potremmo tradurre gli attacchi di Truffaut) nell’innestare del ‘fabbricato’ sul già ‘fabbricato’ – dialoghi artificiali su interpreti polimorfi, testi letterari (adattati dai soliti sceneggiatori patentati) sul cartongesso di un décor artificiale –, i registi della Nouvelle Vague hanno fatto la scelta, oggi ben nota, di innestare le loro finzioni sulle strade vere di Parigi, strade con i loro veri passanti e le loro vere macchine, e di filmare all’interno di vere stanze, come quelle dove essi stessi vivevano. Jean-Luc Godard, sempre in Fino all’ultimo respiro, si spinge oltre, fino ad innestare la storia di Michel e Patricia sulla visita storica di Eisenhower a Parigi, in coincidenza dello stesso giorno delle riprese, integrando così l’uomo di Stato, all’insaputa di questi, nella finzione. Questo piacere e questa morale del cinema che consiste nell’innestare la finzione sulla realtà, è per larga parte eredità del gesto rosselliniano.

Alain Bergala, La Nouvelle Vague o il cinema come arte dell’innesto, in Nouvelle Vague, a cura di Luca Venzi, Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, Roma 2009

Marco Bellocchio su 'Fino all'ultimo respiro' (Il Cinema Ritrovato 2020)

Il Cinema secondo Anna Karina (Il Cinema Ritrovato 2018)

Godard in Cineteca (Il Cinema Ritrovato 1998)

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