100 litri di birra
(100 litraa sahtia, Finlandia-Italia/2024) di Teemu Nikki (88')
Anteprima
Introduce Andrea Romeo, coproduttore del film
Introduce Andrea Romeo, coproduttore del film
100 litri di birra
(100 litraa sahtia, Finlandia-Italia/2024) di Teemu Nikki (88')
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Taina e Pirkko, le migliori distillatrici di sahti della città, sono incaricate di distillare 100 litri per il matrimonio della loro sorella Päivi. Taina e Pirkko però annegano spesso i loro dolori nell’alcool, in parte per scacciare i sensi di colpa per aver ferito anni fa Päivi in un incidente d’auto. Infatti, dopo aver lavorato sodo per distillare la birra, le due sorelle finiscono per scolarsela tutta in poco tempo, ritrovandosi quindi a doverne realizzare altri 100 litri in tempi record, tutto questo combattendo l’ubriacatura.
“Teemu Nikki maneggia perfettamente il grottesco e sarcastico di questa periferia finlandese variopinta, piegata dall’alcol dei cavalieri, dove i protagonisti assomigliano a cowboy ruspanti, ma stoici nel dedicarsi alle proprie missioni. Mentre si viene trascinati da una situazione grottesca ad un sabotaggio scalcagnato, operato dalle due sorelle quasi mai sobrie, scopriamo la lunga tradizione riferita alla fermentazione di questo alcol che risale al medioevo: il sathi infatti è una birra tipica della Finlandia, aromatizzata al ginepro, che ancora si fermenta in casa con metodi antichi. 100 litri di birra non è certo un film per chi può sentirsi infastidito da scene di beoni compiaciuti e qualche drammatico e poco raffinato episodio di disturbo intestinale esplosivo. Le protagoniste sono eccellenti bevitrici e incasinatrici compulsive. In una sceneggiatura meno ricercata, smetterebbero di scolarsi tutto quell’alcool già dopo un terzo del film. Invece Teemu Nikki, come da tradizione, si spinge ben più in là e gioca con la stessa tolleranza del pubblico; non tanto per le circostanze miserabili in cui le due si ficcano, ma per la ripetitività con cui si abusa della situazione. I suoi caratteristi sono atipici e sopra le righe, ma mai del tutto detestabili e ci consegnano una narrazione delirante e esilarante quanto basta. Habitué dei racconti sugli outsider, il regista di La morte è un problema dei vivi e Il cieco che non voleva vedere Titanic torna con un racconto sfacciato che tratta, a modo suo e con un linguaggio eclettico, il problema del trauma, dell’alcolismo e delle piccole comunità di periferia.”
Rita Andreetti, Taxidrivers.it
Taina e Pirkko, le migliori distillatrici di sahti della città, sono incaricate di distillare 100 litri per il matrimonio della loro sorella Päivi. Taina e Pirkko però annegano spesso i loro dolori nell’alcool, in parte per scacciare i sensi di colpa per aver ferito anni fa Päivi in un incidente d’auto. Infatti, dopo aver lavorato sodo per distillare la birra, le due sorelle finiscono per scolarsela tutta in poco tempo, ritrovandosi quindi a doverne realizzare altri 100 litri in tempi record, tutto questo combattendo l’ubriacatura.
“Teemu Nikki maneggia perfettamente il grottesco e sarcastico di questa periferia finlandese variopinta, piegata dall’alcol dei cavalieri, dove i protagonisti assomigliano a cowboy ruspanti, ma stoici nel dedicarsi alle proprie missioni. Mentre si viene trascinati da una situazione grottesca ad un sabotaggio scalcagnato, operato dalle due sorelle quasi mai sobrie, scopriamo la lunga tradizione riferita alla fermentazione di questo alcol che risale al medioevo: il sathi infatti è una birra tipica della Finlandia, aromatizzata al ginepro, che ancora si fermenta in casa con metodi antichi. 100 litri di birra non è certo un film per chi può sentirsi infastidito da scene di beoni compiaciuti e qualche drammatico e poco raffinato episodio di disturbo intestinale esplosivo. Le protagoniste sono eccellenti bevitrici e incasinatrici compulsive. In una sceneggiatura meno ricercata, smetterebbero di scolarsi tutto quell’alcool già dopo un terzo del film. Invece Teemu Nikki, come da tradizione, si spinge ben più in là e gioca con la stessa tolleranza del pubblico; non tanto per le circostanze miserabili in cui le due si ficcano, ma per la ripetitività con cui si abusa della situazione. I suoi caratteristi sono atipici e sopra le righe, ma mai del tutto detestabili e ci consegnano una narrazione delirante e esilarante quanto basta. Habitué dei racconti sugli outsider, il regista di La morte è un problema dei vivi e Il cieco che non voleva vedere Titanic torna con un racconto sfacciato che tratta, a modo suo e con un linguaggio eclettico, il problema del trauma, dell’alcolismo e delle piccole comunità di periferia.”
Rita Andreetti, Taxidrivers.it