Serata in onore di Artavazd Pelechian
Introduce Pietro Marcello

Lernayin parek (Pattuglia di montagna / Mountain Patrol, Armenia [URSS]/1964) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Mardkants yerkire (La terra degli uomini / The Land of the People, URSS/1966) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Skizbe (Il principio / The Beginning, URSS/1967) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Menq (Noi / We, Armenia [URSS]/1969) R.: Artavazd Pelechian. D.: 27’
Bnakitchnère (Gli abitanti / The Inhabitants, Bielorussia [URSS]/1970) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Tarva yeghanaknere (Le stagioni / The Seasons, Armenia [URSS]/1975) R.: Artavazd Pelechian. D.: 30’
Verj (Fine / End, Armenia/1992) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Considerato da generazioni di cinefili una figura di riferimento imprescindibile, Artavazd Pelechian nasce nel 1938 a Leninakan (oggi Gyumri), in Armenia. Nel 1963 si trasferisce a Mosca per iscriversi al VGIK, storica scuola di cinema sovietica, dove realizza i suoi primi film e si diploma nel 1967 con Skizbe, opera già attraversata da molti dei motivi e delle soluzioni formali che caratterizzeranno il suo lavoro successivo: l’uso di materiali d’archivio, un montaggio antinaturalistico e una relazione profondamente organica tra immagine e dimensione sonora. Nei trent’anni successivi Pelechian realizza nove film, per una durata complessiva di poco superiore alle tre ore, e nel 1988 pubblica in Armenia il volume teorico Moe Kino. Al centro della sua ricerca si colloca ciò che egli definisce “montaggio a distanza”, alternativo tanto al montaggio lineare e metaforico di Ėjzenštejn quanto al cine-occhio di Vertov: Pelechian sviluppa un linguaggio fondato su una concezione fluida e vorticosa del tempo e dello spazio cinematografici, che non si fonda semplicemente sulla successione delle immagini, ma su richiami, contrappunti e risonanze, in cui suono e musica assumono un ruolo strutturale. Emerge un cinema senza equivalenti, sospeso tra documentario e sinfonia poetica e visionaria capace di raccontare la storia, la memoria e il destino dell’umanità.
Il primo contatto dei film di Pelechian con l’Occidente avvenne nel 1970, quando Menq, fu presentato al Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen. Nonostante la scarsa familiarità del pubblico con il genocidio armeno, tema centrale del film, l’opera ottenne il premio principale. Eppure, il cinema di Pelechian non oltrepassò i confini dell’Unione Sovietica per un altro decennio. Un ruolo decisivo nella sua riscoperta internazionale fu svolto da Serge Daney che, dopo aver visto i suoi film a Erevan all’inizio degli anni Ottanta, gli dedicò un lungo articolo su “Libération”, definendolo “il vero anello mancante della storia del cinema”. Parole che suscitarono immediatamente l’interesse di critici e registi, che ne riconobbero l’assoluta originalità. Tra questi, Jean-Luc Godard, che nel 1992 dialogò pubblicamente con il regista armeno sulle pagine di “Le Monde”. Nell’articolo, intitolato Un langage d’avant Babel, emergono riflessioni comuni sul montaggio, sul tempo e sull’idea del cinema come linguaggio universale, anteriore persino alla parola. Per quasi trent’anni si è tentato senza successo di restaurare l’opera di Pelechian, finché nel 2025 il regista ha finalmente autorizzato l’accesso ai materiali originali, selezionando personalmente i migliori elementi disponibili.
Il Progetto Pelechian è curato da Coproduction Office in collaborazione con la Cineteca di Bologna, sotto la diretta supervisione del regista. Salvo diversa indicazione, i materiali originali sono stati scansionati in 4K a Erevan, presso il laboratorio della Public Television Company of Armenia, mentre il restauro e il grading sono stati realizzati dal laboratorio L’Immagine Ritrovata.
(In caso di pioggia, la proiezione si sposterà al Cinema Modernissimo e al Cinema Jolly)
Mardkants yerkire (La terra degli uomini / The Land of the People, URSS/1966) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Skizbe (Il principio / The Beginning, URSS/1967) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Menq (Noi / We, Armenia [URSS]/1969) R.: Artavazd Pelechian. D.: 27’
Bnakitchnère (Gli abitanti / The Inhabitants, Bielorussia [URSS]/1970) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Tarva yeghanaknere (Le stagioni / The Seasons, Armenia [URSS]/1975) R.: Artavazd Pelechian. D.: 30’
Verj (Fine / End, Armenia/1992) R.: Artavazd Pelechian. D.: 10’
Considerato da generazioni di cinefili una figura di riferimento imprescindibile, Artavazd Pelechian nasce nel 1938 a Leninakan (oggi Gyumri), in Armenia. Nel 1963 si trasferisce a Mosca per iscriversi al VGIK, storica scuola di cinema sovietica, dove realizza i suoi primi film e si diploma nel 1967 con Skizbe, opera già attraversata da molti dei motivi e delle soluzioni formali che caratterizzeranno il suo lavoro successivo: l’uso di materiali d’archivio, un montaggio antinaturalistico e una relazione profondamente organica tra immagine e dimensione sonora. Nei trent’anni successivi Pelechian realizza nove film, per una durata complessiva di poco superiore alle tre ore, e nel 1988 pubblica in Armenia il volume teorico Moe Kino. Al centro della sua ricerca si colloca ciò che egli definisce “montaggio a distanza”, alternativo tanto al montaggio lineare e metaforico di Ėjzenštejn quanto al cine-occhio di Vertov: Pelechian sviluppa un linguaggio fondato su una concezione fluida e vorticosa del tempo e dello spazio cinematografici, che non si fonda semplicemente sulla successione delle immagini, ma su richiami, contrappunti e risonanze, in cui suono e musica assumono un ruolo strutturale. Emerge un cinema senza equivalenti, sospeso tra documentario e sinfonia poetica e visionaria capace di raccontare la storia, la memoria e il destino dell’umanità.
Il primo contatto dei film di Pelechian con l’Occidente avvenne nel 1970, quando Menq, fu presentato al Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen. Nonostante la scarsa familiarità del pubblico con il genocidio armeno, tema centrale del film, l’opera ottenne il premio principale. Eppure, il cinema di Pelechian non oltrepassò i confini dell’Unione Sovietica per un altro decennio. Un ruolo decisivo nella sua riscoperta internazionale fu svolto da Serge Daney che, dopo aver visto i suoi film a Erevan all’inizio degli anni Ottanta, gli dedicò un lungo articolo su “Libération”, definendolo “il vero anello mancante della storia del cinema”. Parole che suscitarono immediatamente l’interesse di critici e registi, che ne riconobbero l’assoluta originalità. Tra questi, Jean-Luc Godard, che nel 1992 dialogò pubblicamente con il regista armeno sulle pagine di “Le Monde”. Nell’articolo, intitolato Un langage d’avant Babel, emergono riflessioni comuni sul montaggio, sul tempo e sull’idea del cinema come linguaggio universale, anteriore persino alla parola. Per quasi trent’anni si è tentato senza successo di restaurare l’opera di Pelechian, finché nel 2025 il regista ha finalmente autorizzato l’accesso ai materiali originali, selezionando personalmente i migliori elementi disponibili.
Il Progetto Pelechian è curato da Coproduction Office in collaborazione con la Cineteca di Bologna, sotto la diretta supervisione del regista. Salvo diversa indicazione, i materiali originali sono stati scansionati in 4K a Erevan, presso il laboratorio della Public Television Company of Armenia, mentre il restauro e il grading sono stati realizzati dal laboratorio L’Immagine Ritrovata.
(In caso di pioggia, la proiezione si sposterà al Cinema Modernissimo e al Cinema Jolly)