Barbara Stanwyck: Fire and Desire
(USA/1991) di Richard Schickel (50')

Barbara Stanwyck: Fire and Desire
(USA/1991) di Richard Schickel (50')
“Mi baci sulla bocca come se fossimo amanti”, dice una Barbara Stanwyck settantaseienne – ancora capace di sfidare i tabù con audace provocazione – a un prete (Richard Chamberlain) nella miniserie televisiva Uccelli di rovo (The Thorn Birds, 1983). Respinta, si scaglia con furia contro un Dio vendicativo che punisce crudelmente i corpi e la bellezza; in sostanza un Dio che annienta una star, anche se nel caso di Stanwyck non gli riesce del tutto. Così si apre Barbara Stanwyck: Fire and Desire (1991), scritto e diretto dal critico Richard Schickel, attivo anche come documentarista, noto per la capacità di imprimere un tono discorsivo alle sue dense analisi delle carriere delle celebrità. Più interessato a sviluppare tesi forti che ad accumulare aneddoti, Schickel sostiene che Stanwyck sapesse rinunciare alla propria dignità e imporre il silenzio, due qualità fondamentali per un’attrice che ha profondamente ridefinito il melodramma cinematografico.
Paradossalmente, il documentario è narrato da Sally Field, che incarna l’immagine convenzionale della ‘fidanzatina d’America’, talvolta fino a sfiorare la banalità. Il contrasto con Stanwyck è netto: bionda ossigenata e letale, mora e assassina, Stanwyck ha costruito una carriera gloriosa su delitti passionali, eliminando uomini lungo la sua ascesa (cosa che, secondo il Codice di produzione, comportava inevitabilmente una brusca caduta finale). Anche nella figura nevrotica della ‘figlia di papà’ interpretata in film come Il terrore corre sul filo (Sorry, Wrong Number, 1948), il narcisismo di Stanwyck sprigiona una forza altrettanto distruttiva. Eppure Schickel ha ragione a guardare più a fondo e a individuare, sotto questi estremi, un nucleo di autentica umanità.
Paradossalmente, il documentario è narrato da Sally Field, che incarna l’immagine convenzionale della ‘fidanzatina d’America’, talvolta fino a sfiorare la banalità. Il contrasto con Stanwyck è netto: bionda ossigenata e letale, mora e assassina, Stanwyck ha costruito una carriera gloriosa su delitti passionali, eliminando uomini lungo la sua ascesa (cosa che, secondo il Codice di produzione, comportava inevitabilmente una brusca caduta finale). Anche nella figura nevrotica della ‘figlia di papà’ interpretata in film come Il terrore corre sul filo (Sorry, Wrong Number, 1948), il narcisismo di Stanwyck sprigiona una forza altrettanto distruttiva. Eppure Schickel ha ragione a guardare più a fondo e a individuare, sotto questi estremi, un nucleo di autentica umanità.
Ehsan Khoshbakht