L’eccezionale titolo permette al regista di giocare sui riferimenti animaleschi dei titoli di Dario Argento – già imitatissimo – per immaginare un accostamento a dir poco macabro: la tortura omicida e l’innocenza di un personaggio dell’infanzia. Gli elementi dell’horror vengono sottoposti a un processo di spaesamento: la luce accecante del Meridione (la Lucania) al posto del buio gotico o del nero metropolitano; i riferimenti al folklore prima ancora che si parlasse di folk horror; la presenza di un’Italia ancestrale, irrazionale, tarantolata come vero motore della paura. Magia e religiosità sembrano indistinguibili e Fulci non abdica al raccapriccio che gli viene richiesto, una costante della sua filmografia inimitabile. (Roy Menarini)
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