Aurora

(Sunrise: A Song of Two Humans, USA/1927) di Friedrich W. Murnau
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(Sunrise: A Song of Two Humans, USA/1927) di Friedrich W. Murnau

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Vi fu un tempo in cui il primo film americano di F.W. Murnau veniva celebrato come “il film più bello del mondo”. È difficile stabilire quanti film avessero già detenuto quel titolo, ma Sunrise resta ancora oggi tra i principali candidati. “Sunrise: A Song of Two Humans, un canto di due esseri umani. Questo canto dell’uomo e della sua donna non è di nessun luogo ed è in tutti i luoghi; lo potete udire ovunque, in ogni tempo. Perché ovunque sorga e tramonti il sole, nella confusione della città o sotto il cielo aperto della fattoria, la vita è quasi sempre la stessa, a volte amara, a volte dolce”. Così si apre l’opera più poetica di Murnau, che nel suo tendere all’universalità trasmet- te in ogni sua parte lo stesso inquieto impulso visionario dei film tedeschi precedenti, più esplicitamente legati a specifiche condizioni sociali.

Il punto di partenza è un semplice triangolo amoroso: una vamp di città seduce un contadino, il quale tenta di annegare la moglie durante il viaggio verso la città, ma all’ultimo momento ci ripensa. Il resto è la storia di una faticosa riconciliazione e della rinascita del rapporto coniugale. Tutto ciò Murnau lo illumina attraverso una tecnica che costituisce una brillante sintesi tra la maestria del lavoro in studio (l’esperienza di Babelsberg trova il suo compimento a Hollywood!) e le potenzialità della rappresentazione della natura. È stato osservato che la struttura di Sunrise è ciclica e corrisponde alla forma-sonata tripartita del classicismo viennese. Le parti rimandano al giorno, alla sera e alla notte, da cui nasce un nuovo giorno. C’è chi ha visto in Sunrise un trittico sul ciclo del sole, sulle emozioni umane e sul simbolismo che le connette. Le tensioni interne dei temi, così come i ritmi, le durate e le tonalità emotive dominanti delle diverse parti testimoniano la musicalità implicita dell’estetica di Murnau. Su tutto si stagliano due scenari imponenti e contrapposti: da un lato il mondo illusorio della città, le cui apparenze esercitano il loro dominio sull’uomo; dall’altro – in una creazione altrettanto ‘irreale’ – la campagna, puramente cinematografica e ‘artificiale’. Il film è stato definito un poema visivo, che si svolge, secondo la sua stessa definizione, “in nessun luogo e in ogni luogo”.

 

Peter von Bagh, Elokuvan historia [History of the Cinema],
1975 (seconda edizione), Otava, Helsinki 1998. Tradotto in inglese da Antti Alanen


 

Serata promossa da Gruppo HERA

(In caso di pioggia, la proiezione si sposterà al Teatro Manzoni)
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