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Il programma di febbraio nelle sale della Cineteca
Brigitte Bardot, Béla Tarr e Mohammad Bakri
Ricordiamo tre figure recentemente scomparse, una sorprendente attrice francese che ha segnato il Novecento, un cineasta ungherese la cui grandezza verrà ancora più riconosciuta nel tempo e una straordinaria figura d’attore e regista palestinese. Difficile immaginare tre personalità più lontane, ma uno degli aspetti più esaltanti del cinema è proprio questo proporci artisti distanti, a cui la settima arte offre una casa comune.
La scomparsa di Bakri è una grave perdita per la cultura palestinese e per la comunità del cinema internazionale, per quello che ha saputo rappresentare nei suoi film, a teatro, con le sue parole, con la sua testimonianza civile. Al cinema il primo a notare questo attore palestinese biondo con gli occhi azzurri, il contrario dello stereotipo dell’arabo, è Costa-Gavras. Poi arriverà il successo internazionale con Oltre le sbarre di Uri Barbash. Bakri rappresenta in quel momento l’utopia della convivenza, è una star palestinese con passaporto israeliano. Poi ci sarà la Seconda Intifada e la sua scelta di passare dietro la macchina da presa per raccontare, con un documentario, il dramma di Jenin, a cui seguirà una carriera di regista e attore tormentata dalle persecuzioni dell’esercito israeliano, a cui risponderà con la non violenza, il coraggio e l’umanesimo.
Nessuna attrice ha sconvolto la morale perbenista più di Brigitte Bardot. È noto che Pio XII, recandosi a Ciampino per prendere l’aereo, sia rimasto scandalizzato dai poster di Miss spogliarello, che tappezzavano Roma, chiedendone la censura e il ritiro. Ha attraversato il cinema da protagonista, dando però l’impressione di disinteressarsi dei ruoli che stava interpretando. Eppure la sua fotogenia, la libertà dei suoi comportamenti, l’essere così vitalmente indipendente e capace di abbandonare i suoi spasimanti, la sua repentina uscita di scena, ad appena trentotto anni, rendono Brigitte Bardot uno dei monumenti del cinema del Novecento.
Sono appena nove i lungometraggi che Béla Tarr ha potuto realizzare tra il 1979 e il 2011, scontrandosi prima con la censura socialista, poi abbandonando l’Ungheria di Victor Orbán e lasciando la regia, all’apice della carriera, quando i festival più importanti iniziavano a contendersi i suoi film, scegliendo di insegnare cinema ai giovani. Nessun cineasta è stato capace, negli ultimi cinquant’anni, di costruire un mondo così personale, creando uno stile radicalmente nuovo e mantenendo una totale autonomia dall’industria cinematografica. Venne a Bologna per insegnare all’International Filmmaking Academy, la scuola estiva creata da Gian Vittorio Baldi. Lo ricordo presentare in Piazza Maggiore Il cavallo di Torino, il suo ultimo film, dicendo, con ironia ed emozione, “non penso che così tante persone abbiano mai visto un mio film, sono sicuro che alla fine sarete molto meno, ma io sarò qui a discutere con ognuno di voi, se vorrete”. E fu così, parlò per ore con tutti gli spettatori che erano rimasti in Piazza.
Cinema giapponese e Peter Suschitzky
In occasione della mostra Graphic Japan, sulla grafica nipponica dal periodo Edo ai giorni nostri, in corso al Museo Civico Archeologico, proponiamo una selezione di undici film, tra finzione e animazione, realizzati nel corso di quasi cento anni, tra il 1926 e il 2023. Opere che ci restituiscono, in maniera evidente, l’unicità del cinema giapponese, che fin dal muto associa alle immagini in movimento una dimensione grafica, che svelerà al mondo la strada verso il cinema moderno. Un poderoso senso della composizione e della ricchezza visuale di ogni immagine accompagna la carriera di Peter Suschitzky, che mi piace presentare come ‘l’ultimo direttore della fotografia’, perché le sue invenzioni sono intrise di storia dell’arte e figlie di un modo di fare cinema oggi cancellato dalle tecnologie digitali. A lui dobbiamo molti capolavori che vanno dal Rocky Horror ai migliori film di David Cronenberg, passando per Matteo Garrone, Tim Burton, John Boorman, Ken Russell…
Dino Risi, Art City Cinema e molto altro
Nel percorso nel cinema italiano che allestiamo mese dopo mese al Modernissimo, incontriamo ora Dino Risi, maestro della nostra commedia, che assieme ad altri amici sodali ha raccontato l’epopea dell’Italia che usciva sconfitta e povera da una guerra spaventosa e dalla dittatura, offrendo agli italiani un cinema che finalmente li rappresentava, che facendoli ridere li faceva riflettere, contribuendo all’affermazione di una generazione nuova di attori e attrici sublimi. Milanese, gran signore, con una erre moscia alla Gianni Agnelli, dotato di un’ironia e di un cinismo che hanno prodotto alcuni dei personaggi e delle battute più corrosive della storia del cinema. Come di consueto non sono riuscito a raccontare tutto il programma: l’arrivo in sala di Twin Peaks, la densissima proposta dei film sull’arte legati ad Art City Bologna e Arte Fiera, i tanti incontri importanti, con Olivier Assayas, Dacia Maraini, Luca Marinelli…
Benvenuti al Modernissimo di febbraio!
Gian Luca Farinelli