Cold War

(Zimna wojna, Polonia/2018) di Paweł Pawlikowski (89')
Cold War

(Zimna wojna, Polonia/2018) di Paweł Pawlikowski (89')

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Quindici anni di amore e di fughe per evocare la disperazione e la tragica bellezza, malgrado tutto, di un’epoca scomparsa. Quindici anni di canzoni folk, spesso bellissime, di spettacoli di regime, di bassezze e compromessi, per resuscitare un mondo sepolto dall’oblio e dai luoghi comuni. Il tutto attraverso un grande amore liberamente ispirato a quello dei genitori del regista, polacco cresciuto in Occidente. Che torna allo smagliante bianco e nero di Ida per raccontare con ruvide ellissi e immagini taglienti come i dialoghi, l’incontro, la passione, le incomprensioni, i tradimenti, di due amanti uniti e divisi dalla musica e dalla cortina di ferro. A riassumerlo il magnifico Cold War sembra una versione esteuropea di A Star is Born: musicista scopre giovane dalla voce sublime, ne è sedotto, la seduce, cerca di farne una stella... Solo che non siamo negli USA ma in Polonia, nel 1949. La guerra è finita da poco, le campagne sono battute da esperti a caccia di musica popolare, come accadeva da noi e in America con Diego Carpitella e Allan Lomax (ma qui ci sono anche spie e apparatčik). E soprattutto i sogni non luccicano per le strade ma oltrecortina, in Occidente. In patria fare carriera significa camuffarsi da contadina e cantare per il regime. La felicità è altrove. Questo almeno pensa Wiktor, che al primo concerto a Berlino organizza la fuga. Solo che Zula non lo segue. Zula, che forse ha ucciso il padre incestuoso, sta bene dov’è, usata e coccolata. Così dagli anni Cinquanta al 1964 sarà tutto un inseguirsi fra Parigi e Zagabria, locali jazz e star system socialista, tentazioni e umiliazioni (fare l’esule a Parigi impone regole precise). Tutto senza lungaggini o sentimentalismi ma con un taglio secco molto personale, e immagini sempre dense e sorprendenti, a volte incantevoli, soprattutto – sorpresa – nel blocco orientale. Un blocco di ghiaccio forse. Ma ghiaccio bollente.

Fabio Ferzetti


C’erano questi due personaggi che mi frullavano per la testa da anni. Erano in parte ispirati ai miei genitori, che avevano avuto una relazione molto burrascosa, con diversi partner. Nella mia mente, rappresentavano la storia d’amore definitiva: una coppia che non riesce mai a trovare un equilibrio, ma che è destinata a stare insieme. Odio i biopic, non si può raccontare la storia di una vita. Quindi per molto tempo ho cercato di capire come farlo, finché sono arrivato a questa struttura ellittica. Ma a quel punto avevo bisogno di qualcosa, come la musica, che tenesse tutto insieme. Così la musica è diventata una sorta di terzo personaggio, capace di dare unità al racconto e di accompagnare l’evoluzione del rapporto, dei tempi e dei luoghi.

Paweł Pawlikowski


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