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“Io non mi sono mai ritenuto un regista: pensavo che la mia unica missione fosse cambiare il mondo” (Béla Tarr). A poche settimane dalla scomparsa, rendiamo omaggio a una delle voci più libere del cinema contemporaneo, tanto noto agli specialisti quanto sconosciuto al grande pubblico. I suoi primi film, degli anni Settanta, ricordano Fassbinder e Cassavetes, due autori censurati nell’Ungheria comunista, che il giovane Tarr non poteva conoscere. In trent’anni ha realizzato nove lungometraggi (ma Sátántangó – dal romanzo Premio Nobel per la letteratura 2025 László Krasznahorkai, stretto collaboratore e sceneggiatore per Tarr – dura sette ore!), creando un’opera sulla dignità umana, plasticamente unica, audace, personale, misteriosa che genera una nuova realtà, parallela e siderale. Vera ossessione per i produttori, ha vinto l’Orso d’argento alla Berlinale 2011 con Il cavallo di Torino, il suo ultimo film da regista.
(Giappone/2024) di Kaori Oda (180′)
(Családi tüzfészek, Ungheria/1979) di Béla Tarr (108′)
(Szabadgyalog, Ungheria/1981) di Béla Tarr (122′)
(Panelkapcsolat, Ungheria/1982) di Béla Tarr (102′)
(Öszi almanach, Ungheria/1984) di Béla Tarr (119′)
(Kárhozat, Ungheria/1988) di Béla Tarr (116′)
(Werckmeister harmóniák, Ungheria-Italia-Germania-Francia/2000) di Béla Tarr
(A Londoni férfi , Francia-Germania-Ungheria/2007) di Béla Tarr (139′)
(Sátántangó, Ungheria/1994) di Béla Tarr (450′)
(A Torinói ló, Ungheria-Francia-Germania-Svizzera-USA/2011) di Béla Tarr (146′)