Marilyn 100

“La bellezza non ha una funzione manifesta, né alcuna chiara necessità culturale. Eppure la civiltà non potrebbe farne a meno” (Sigmund Freud). Ed ecco che allora il Novecento inventò Marilyn, la Marilyn della gonna alzata dal vento metropolitano, la Marilyn che tutta l’America amava e che da tutta l’America voleva essere amata (dall’atleta, dall’intellettuale, dal Presidente), la Marilyn che incontrò sulla sua strada tutti i registi giusti, anche se non tutti al loro meglio (Hawks, Wilder, Huston, Preminger; Negulesco che con lei fece un magnifico lavoro; Olivier e Cukor un po’ meno), la Marilyn di Warhol e di Pasolini, la Marilyn vinta e ubriaca del terribile “Happy Birthday”, la Marilyn che in fondo l’America disprezzava e di cui forse, chissà, a un certo punto scelse di liberarsi. Era una brava attrice, qualsiasi cosa ciò significhi? Sì, o almeno volle esserlo con commovente tenacia. Non era la più bella del reame hollywoodiano, però fu la bellezza capace di abbagliare una civiltà ed esporne il disagio: solo lei era Sugar Kane, solo lei era ‘di zucchero filato’, con tutto ciò che di materno e perverso tanta dolcezza sa convocare. Per celebrare i cent’anni di quest’immagine irrevocabile della storia del cinema credo che il modo migliore (è un consiglio vivissimo) sia, tra un film e l’altro della nostra retrospettiva, leggere Blonde, il capolavoro in cui Joyce Carol Oates percorre la vita di Marilyn, senza mai farne il nome – “una vita radicalmente distillata in forma di romanzo, e ricostruita con l’ausilio della sineddoche”.
Paola Cristalli