Lo schermo liberato:
Miklós Jancsó

“Girare scene di dodici minuti con una cinepresa a 35mm significava mettere insieme una complessa struttura di binari; si cominciava la scena la mattina presto e si finiva che faceva buio. Il nostro metodo implicava un certo grado di follia, e la sua riuscita dipendeva dal fatto che tutti, attori e tecnici, fossimo amici – diversamente non sarebbe stato possibile”. Così parlava, dal set dei Disperati di Sándor, Miklós Jancsó, grande protagonista del nuovo cinema ungherese degli anni Sessanta e Settanta, uno dei grandi autori della modernità – al pari del suo maestro, Michelangelo Antonioni. Nelle sue opere, i lunghi piani-sequenza e le evoluzioni della macchina da presa non sono esibizioni di stile ma il cuore profondo di una poetica nella quale forma e contenuto sono inscindibili. Il ritorno in sala, grazie a Minerva Pictures, di quattro dei suoi capolavori, ci permette di rivedere sul grande schermo un cinema rivoluzionario, che mette in scena il passato per raccontare il presente, scavando negli orrori della storia e in una violenza del potere che sembra, oggi più che mai, non trovare fine.

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