Paesaggi dell’anima
Il cinema di Valerio Zurlini

Nasceva cent’anni fa a Bologna Valerio Zurlini, che è stato, ora la distanza storica ci consente di dirlo a serena ragion veduta, uno dei più grandi registi italiani. Formazione postneorealista, documentaria, antonioniana; mostra una predisposizione per il cinéma-verité, e presto scopre che la ‘verità’ è cosa piuttosto triste. I suoi film hanno scontornato figure romantiche, dolenti, destinate alla deriva, su sfondi sociali corrivi e ipocriti, senza che mai la sua voce si unisse ai cori della ‘denuncia’ o della ‘satira’ – termini che avrebbe liquidato con fastidio o forse orrore. Zurlini amava i libri, amava i quadri di Morandi, “gli oggetti immutabili che tendono ad allontanarsi sempre di più dalla loro geografia reale”, e con il paesaggio italiano intratteneva un rapporto di lancinante intensità. Se gli dobbiamo tre capolavori (Estate violenta, La ragazza con la valigia, La prima notte di quiete) è anche per i modi in cui il paesaggio adriatico intride e plasma questi racconti di formazione o di disfacimento. Amava la musica, anche, e sapeva come usarla: la perfezione dell’entrata di Verdi nella Ragazza con la valigia è una cosa che forse solo Visconti, ed è anche o soprattutto il brivido di Domani è un altro giorno a fare di quella lunga sequenza nella Prima notte di quiete una delle più belle scene d’amore della storia del cinema (e guardiamola oggi anche come omaggio a Ornella Vanoni). Quando se n’è andato, troppo presto, aveva in mente un adattamento di Di là dal fiume e tra gli alberi, da Hemingway. Ecco un film che avremmo molto voluto vedere.

Paola Cristalli

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