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La Palma d’oro a Cannes e la pioggia di Oscar (cinque, uno alla protagonista Mikey Madison e quattro tutti per lui, regista, produttore, montatore, sceneggiatore: il colpo grosso era riuscito solo a Walt Disney) per il suo Anora hanno svelato al grande pubblico il nome di Sean Baker, fino a questo momento conosciuto soprattutto da un ristretto gruppo di cinéphiles festivalieri. Ma questo sorprendete screwball thriller sentimentale, sempre in equilibrio tra pathos e commedia, è solo il culmine e la summa di una carriera cominciata venticinque anni fa, vissuta all’insegna dell’indie più estremo e già attraversata dai temi e dagli umori che hanno decretato la fortuna del suo ultimo (capo)lavoro: l’attenzione per gli emarginati, in particolare per sexworker e immigrati, le road to nowhere di un’America profonda e chiusa su se stessa, percorse da personaggi inquieti, al disperato inseguimento di piccoli sogni e promesse infrante. Addentrarsi nella sua filmografia aiuta a capire meglio l’umanità USA di oggi, proprio ora che ci appare così lontana e incomprensibile.
(USA/2008) di Sean Baker (100′)
(USA/2004) di Sean Baker (87′)
(USA/2008) di Sean Baker (100′)
(USA/2012) di Sean Baker (103′)
(USA/2015) di Sean Baker (89′)
(The Florida Project, USA/2017) di Sean Baker (115′)
(USA/2021) di Sean Baker (128′)
(USA/2024) di Sean Baker (139′)
(USA/2024) di Sean Baker (139′)