SorRisi amari

Dino Risi è stato, più di ogni altro, il regista che ha saputo dare alla commedia italiana la forma di una diagnosi: veloce, affilata, spesso definitiva. Dietro il sorriso – mai innocente – il suo cinema ha registrato in tempo reale i mutamenti del paese, specie quello in ballo sul trampolino sdrucciolevole del Progresso, rappresentandone entusiasmi, ipocrisie e cadute. Narratore formidabile, ha valorizzato al meglio le storie emblematiche uscite dalle penne di De Concini, Sonego, Maccari, Scola, Age&Scarpelli, dando ai suoi film un ritmo e ai suoi personaggi una freschezza che non hanno nulla da invidiare alla migliore commedia hollywoodiana. In Il segno di Venere la scrittura corale e la maschera dolente di Franca Valeri definiscono un mondo piccolo-borghese senza alibi, mentre con Il vedovo e Il sorpasso Risi firma due vertici assoluti: da un lato la ferocia coniugale e sociale di una Milano livida, dall’altro il road-movie che diventa radiografia morale dell’Italia lanciata a tutta velocità verso il Boom. I mostri frammenta l’osservazione (storica, sociologica, antropologa, persino metaforica) in un catalogo spietato di vizi nazionali, mentre Il giovedì e L’ombrellone colgono, con malinconica precisione, le crepe sotto l’euforia del benessere. Se Straziami ma di baci saziami mostra il gusto per l’eccesso grottesco e In nome del popolo italiano porta la commedia nel cuore della polemica civile, con Profumo di donna il cerchio si chiude: un viaggio dopo l’incidente, quando il sorriso resiste, ma non consola più.

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