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“Stephen King è uno dei più grandi scrittori del Novecento, poco considerato dai critici perché produce bestseller. È come un Dickens del nostro secolo. Nasce da una tradizione puritana, che fa i conti con il male mettendosi al suo livello”. Le parole sempre illuminati di Goffredo Fofi tracciano il perfetto ritratto di un genio indiscusso della narrativa contemporanea, non solo horror, non solo statunitense. Il suo viaggio alle radici del male, nascosto tra le pieghe della rassicurante borghesia di provincia, dietro le facciate delle case verniciate di fresco, nei sorrisi smaglianti di famiglie apparentemente perfette, ha attraversato mezzo secolo di storia a stelle e strisce, dando una spinta propulsiva anche all’horror cinematografico. Dalle sue pagine sono stati tratti alcuni capolavori del genere, soprattutto nella stagione dorata tra fine anni Settanta e primi Novanta. Una dopo l’altra queste vicende di ordinaria paura tracciano un ritratto in nero degli USA, dove anche il cane del vicino e la macchina lustra nel vialetto possono nascondere il più puro terrore.
(The dead zone, Canada/1983) di David Cronenberg (103′)
(USA/1983) di Lewis Teague (93′)
(Carrie, USA/1976) di Brian De Palma (98′)
(Christine, USA/1983) di John Carpenter (110′)
(The Shining, GB/1980) di Stanley Kubrick (119′)
(Misery/1990) di Rob Reiner (107′)