Omaggio a Josh Safdie

Le nove candidature all’Oscar per Marty Supreme ci danno l’occasione per ripercorre l’incandescente filmografia di Josh Safdie. Quarantenne, cinefilo irregolare cresciuto tra Cassavetes e il cinema indipendente americano degli anni Settanta, in coppia con il fratello Benny (dal quale si è separato artisticamente nel 2024) ha reinventato il realismo urbano contaminandolo con il thriller, il mélo e un’idea febbrile di messa in scena. Nel cinema dei Safdie, l’immagine è sempre sull’orlo di una vertigine. Che siano le strade slabbrate di New York o i corridoi claustrofobici dei banchi di pegni e delle sale scommesse, il loro sguardo abita l’istante in cui il desiderio si fa ossessione e corsa verso l’ignoto. Le loro storie inseguono corpi fragili, anime in fuga, giocatori patologici, tossicodipendenti, padri irresponsabili e fratelli disperati. La macchina da presa vibra con loro, li tallona, li protegge e li tradisce, mentre il suono – pulsante, elettronico, ipnotico – amplifica un’ansia che è insieme narrativa e morale. Dal minimalismo quasi diaristico dei primi corti fino alle produzioni più ambiziose degli ultimi anni, Josh Safdie non ha mai smesso d’interrogare il sogno americano dal suo lato meno luccicante.

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