Gli anni Novanta sono stati l’ultima grande stagione della commedia romantica americana. Non mi sfugge la natura passatista e lievemente ridicola dell’affermazione – identica a quella che con semplice gioco di date, sostituite Novanta con Trenta, chiunque avrebbe potuto fare, diciamo, negli anni Sessanta del secolo scorso. Eppure lo scenario romantic comedy del XXI secolo è così deprimente, impoverito, insignificante, che la tentazione dell’eulogia è forte. Per la prima volta nella storia culturale americana, assistiamo a uno scollamento tra lo spirito della nazione e lo spirito della commedia. Non è solo il degrado d’un genere cinematografico fondativo e resiliente come nessun altro, è la fine d’una saldatura naturale che ci dice qualcosa, e forse qualcosa di non secondario, sull’America oggi e sul suo allarmante stato delle cose. Ma stasera torniamo all’origine d’un decennio che fu appunto fortunato e glorioso: una produzione rigenerata, un canone che si mostra flessibile senza perdere stabilità, il glamour delle massime star femminili dell’epoca. Tutto ricomincia con la commedia di strepitoso successo che Nora Ephron scrive e Rob Reiner dirige nel 1989; tutto ricomincia, tecnicamente, il giorno d’autunno in cui Harry Burns e Sally Albright si siedono a quel celebre tavolo di Katz in Houston Street. Già li abbiamo visti attrarsi e sfuggirsi lungo il filo d’una spigolosa, inconfessatamente amorosa amicizia; ora lui, beatamente protervo, pretende che le donne abbiano sempre lasciato il suo letto in stato di evidente soddisfazione; lei, soavemente perfida, gli dimostra quanto sia friabile sia il confine tra evidenza e apparenza, e gli improvvisa lì per lì una simulazione d’orgasmo che nessuno dei presenti (ai tavoli di Katz, nel buio d’ogni sala) dimenticherà più. Un po’ tutti, e con buone ragioni, abbiamo creduto che in fondo
Harry, ti presento Sally... fosse un film ‘di Nora Ephron’, e certo è Nora’s touch la New York che riverbera di luce fiabesca, il fulgore classico che eleva a supremo schema romantico l’attesa e la dilazione dell’incontro fisico, e il debito alleniano per cui Sally è una Annie Hall che ha perso per strada molte ombre e letto molto “Vanity Fair”. Ma il tempo ha reso giustizia a Rob Reiner: alla prova dei fatti, nessuno dei film che poi Ephron ha realizzato da sola (e chi scrive li ama quasi tutti) ha avuto lo stesso smalto folgorante. L’energia comica, i tempi impeccabili, lo scivolare nella perfetta coolness borghese di Harry d’un certo cinismo arcibaldesco (da
All in the Family, serie leggendaria che Reiner scrisse e interpretò negli anni Settanta) sono il sigillo reineriano che ‘chiude’ il film e lo porta alla sua misura aurea e bizzarra – un film comico e stilnovista, una delle più belle commedie americane di sempre.
Paola Cristalli
Serata promossa da Pelliconi
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