Il ragazzo e l’airone

(Kimitachi wa dô ikiru ka, Giappone/2023) di Hayao Miyazaki (124')
Il ragazzo e l’airone

(Kimitachi wa dô ikiru ka, Giappone/2023) di Hayao Miyazaki (124')

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Si alza il vento era stato annunciato dal suo autore come il proprio congedo dal mondo del cinema (ai tempi Hayao Miyazaki aveva settantadue anni, con alle spalle una serie di capolavori assoluti) [...]. Poi, un po’ a sorpresa, è arrivato Il ragazzo e l’airone e le ambizioni ricapitolative del precedente sono state sostituite dal disincanto per un mondo meno semplice e accogliente, dove il giovane protagonista Mahito per rispondere alla domanda che pone il film (il titolo originale, Kimitachi wa do ikiru ka, vuol dire E voi come vivrete?, che è il titolo del romanzo di Genzaburo Yoshino del 1937 da cui Miyazaki ha preso ispirazione) sarà costretto a confrontarsi con il dolore e la paura. Lo scopriamo dalle prime bellissime e tragiche scene: siamo a Tokyo durante la Seconda guerra mondiale e l’ospedale dove è ricoverata Hisako, la madre di Mahito, va a fuoco. Inutile la corsa del ragazzo, mentre le fiamme divorano lo schermo (primo, straordinario esempio, della tecnica d’animazione di Miyazaki, orgogliosamente e testardamente paladino di un disegno tanto più sorprendente proprio perché tradizionale). Per l’adolescente, l’ingresso nella vita inizia con una tragedia e una perdita che forse non si rimarginerà più. [...] Dopo una serie di scene dove emergono le pulsioni e le rabbie che si agitano dentro il ragazzo, [...] è finalmente pronto per iniziare un viaggio dentro la torre proibita che si rivelerà più labirintica del castello di Howl e molto più visionaria della città incantata della strega Yubaba. E quello che in altri film prendeva la forma di una trasfigurazione allegorica della realtà, filtrata dal surrealismo e dall’iconografia shintoista, assume qui valenze più dure se non addirittura minacciose. [...] Allo spettatore il compito di riflettere su quest’ultimo messaggio di Miyazaki, dove l’armonia del reale sembra sempre in procinto di sgretolarsi per poi rigenerarsi in quadri di sorprendente bellezza.

Paolo Mereghetti



Per completare un lungometraggio ci vogliono almeno tre anni. Quando ero un quarantenne potevo riuscire a farne uno in un anno, ma adesso che ne ho settantacinque sarebbe già molto riuscirci in tre anni e ho la tentazione di dire: “Fatemi lavorare fino a quando arrivo agli ottanta”. Beh, Pakusan (il collega regista Isao Takahata) ci è già passato, per cui presumendo che chiunque produca il film sia determinato a portarlo a termine, il vero dilemma è: come sarà il mondo tra tre anni? [...] In tempi come questi che forma dovrebbe avere un film che richiede tre anni di lavorazione? Innanzitutto dovrebbe avere un tono chiaramente pacifista, come Totoro. Forse un Totoro II? Potremmo farlo. Ho la sensazione che ne potrebbe venir fuori qualcosa per cui varrebbe la pena lavorarci. È solo una sensazione ma, se dovesse scoppiare una guerra, sarebbe ancora più importante. In secondo luogo un film ambientato in tempo di guerra. Un film in anticipo sui tempi, realizzato con la consapevolezza che quell’ipotesi potrebbe avverarsi prima di riuscire a finirlo. Il film non dovrebbe essere indulgente sulla sua epoca.

Hayao Miyazaki 



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