A cosa pensiamo quando diciamo ‘mostro’? Un corpo deformato, un volto che inquieta, un individuo capace della più turpe abiezione, una creatura venuta da un altro mondo? Oppure, semplicemente, qualcuno che non sappiamo ricondurre alla nostra idea di ‘normalità’? Il cinema, fin dalle sue origini, ha fatto del mostruoso una macchina potentissima di attrazione e repulsione: ci ha spinto a guardare ciò che vorremmo evitare, trasformando la paura in desiderio voyeuristico e il diverso in uno specchio.
È da qui che prende le mosse questa retrospettiva, nel segno di M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, che la Cineteca riporta in sala restaurato. Lang fissa uno degli archetipi del cinema moderno: Hans Beckert, un sublime Peter Lorre, è un assassino mostruoso e insieme un uomo fragile, inseguito dal proprio abisso. Ma il perturbante di M sta soprattutto nel fatto che il mostro non è semplicemente ‘fuori’: la sua presenza mette a nudo una società pronta a trasformarsi in folla, tribunale, branco. Da allora il cinema ha continuato a spostare il confine tra mostruosità e normalità: dai freak di Tod Browning agli extraterrestri spielberghiani, il mostro può essere vittima, carnefice, diverso, eroe, amante; può abitare un corpo o una società intera. Perché i mostri più difficili da riconoscere sono quelli che più ci somigliano.
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