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Le nove candidature all’Oscar per Marty Supreme ci danno l’occasione per ripercorre l’incandescente filmografia di Josh Safdie. Quarantenne, cinefilo irregolare cresciuto tra Cassavetes e il cinema indipendente americano degli anni Settanta, in coppia con il fratello Benny (dal quale si è separato artisticamente nel 2024) ha reinventato il realismo urbano contaminandolo con il thriller, il mélo e un’idea febbrile di messa in scena. Nel cinema dei Safdie, l’immagine è sempre sull’orlo di una vertigine. Che siano le strade slabbrate di New York o i corridoi claustrofobici dei banchi di pegni e delle sale scommesse, il loro sguardo abita l’istante in cui il desiderio si fa ossessione e corsa verso l’ignoto. Le loro storie inseguono corpi fragili, anime in fuga, giocatori patologici, tossicodipendenti, padri irresponsabili e fratelli disperati. La macchina da presa vibra con loro, li tallona, li protegge e li tradisce, mentre il suono – pulsante, elettronico, ipnotico – amplifica un’ansia che è insieme narrativa e morale. Dal minimalismo quasi diaristico dei primi corti fino alle produzioni più ambiziose degli ultimi anni, Josh Safdie non ha mai smesso d’interrogare il sogno americano dal suo lato meno luccicante.
(USA/2025) di Josh Safdie (149′)
(USA/2008) di Josh Safdie (71′)
(USA/2009) di Benny Safdie e Josh Safdie (100′)
(USA/2017) di Benny Safdie e Josh Safdie (102′)
(USA/2013) di Benny Safdie e Josh Safdie (88′)
(USA/2014) di Benny Safdie e Josh Safdie (97′)
(Uncut Gems, USA/2019) di Benny Safdie e Josh Safdie (135′)