The Act of Killing – Director’s Cut

(USA/2012) di Joshua Oppenheimer (159')
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Cinema Modernissimo
The Act of Killing – Director’s Cut

(USA/2012) di Joshua Oppenheimer (159')

Negli ultimi anni, Rithy Panh e i suoi film sul genocidio cambogiano o Jean Hatzfeld e i suoi libri sul genocidio ruandese ci hanno insegnato a guardare in faccia i carnefici, ad ascoltarli, a seguire senza commenti né sospiri il racconto agghiacciante dei massacri e i dettagli delle torture inflitte. L’impatto e il valore di questi documenti risiedevano tanto nella loro freddezza formale quanto nell’audace cambio di prospettiva che consisteva nel dare la parola agli assassini. È un punto di vista simile, ma con una forma del tutto diversa, quello adottato dal regista di The Act of Killing. L’orrore non è meno intenso. Ma qui assume un ghigno sardonico.

Il massacro, avvenuto negli anni Sessanta, riguarda centinaia di migliaia di oppositori indonesiani, presunti simpatizzanti comunisti sospettati di voler rovesciare il regime, e i carnefici sono bulli di quartiere, fieri di presentarsi come… dei ‘gangster’. […] La linea del film è qui: nella rivendicazione, più o meno orgogliosa, degli omicidi in serie, dei metodi per essere più rapidi, per sporcare meno. Questi ‘uomini liberi’, che cinquant’anni fa hanno ucciso, sgozzato e stuprato, godono oggi di un certo rispetto, anche se talvolta un po’ divertito. Perché questi assassini sono grotteschi, e il regista sceglie di accentuare questo aspetto invece di attenuarlo. Non è la freddezza e la razionalità delle loro testimonianze a gelare il sangue, ma la loro vanteria ingenua, altisonante e burlesca. Davanti all’obiettivo di Joshua Oppenheimer sono infatti convinti di girare un film ‘hollywoodiano’ sulle loro imprese passate, e di diventare delle star. E si mettono in scena, rievocano le loro atrocità. Mentre si lasciano coinvolgere (ancora una volta) dal gioco, è ai margini che l’orrore viene percepito, e rivissuto, dai loro compagni occasionali, dai vicini, dai passanti, dalle comparse, che non possono esprimerlo apertamente. […]. Eppure questo film fa capire quanto il grottesco non sia solo una scelta espressiva, ma una delle forme possibili – umana, purtroppo – dell’insostenibile.

Vincent Amiel, “Positif”, n. 626, aprile 2013
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Versione originale in inglese con sottotitoli in italiano

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