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Galleria Modernissimo
(ex Sottopasso di Piazza Re Enzo)
dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027
A Bologna la mostra monografica dedicata alla prima regista donna insignita dell’Oscar alla carriera e vincitrice a Cannes, Venezia, Berlino e Locarno: Agnès Varda.
La mostra Viva Varda! Il cinema è donna nasce in stretto dialogo con la mostra Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma, allestita a Villa Medici a Roma fino al 25 maggio.
Al Cinema Modernissimo, durante tutta la durata della mostra, Viva Varda! La femme à la caméra, una rassegna che – a partire dal cinema di Varda – propone un coro di voci, quelle di cineaste di generazioni diverse che raccontano, tra finzione e documentario, la vita, il lavoro, la lotta delle donne fuori e dentro il cinema.
Film, foto, installazioni, cimeli e costumi: Viva Varda! testimonia un’opera personale, creativa, poliedrica che abbraccia la pittura, la Nouvelle Vague, Jacques Demy, il teatro e i gatti, Fidel Castro, Jim Morrison, Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Madonna, Jean-Luc Godard.
Artista giramondo, Varda ha sviluppato una carriera che le è valsa la fama internazionale. Un’opera segnata dall’impegno femminista che la mostra presenta in tutta la sua attualità.
Sarà suddivisa in diverse sezioni, dedicate al rapporto tra Agnès e le immagini (l’autoritratto, la fotografia, la pittura, ma anche il gusto per gli accostamenti inaspettati), alla scrittura per il cinema (in particolare alla creazione di personaggi femminili profondi e sorprendenti), la dimensione sociale e nomade dei suoi film (il gusto di documentare il mondo, gli sconvolgimenti politici e i suoi mutamenti culturali) e si arricchirà di una sezione interamente dedicata al rapporto tra Agnès Varda e l’Italia.
***
A cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda. Prodotta dalla Cineteca di Bologna e La Cinémathèque française, con il sostegno istituzionale di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, in collaborazione con Ciné-Tamaris, con il main sponsor Gruppo Hera e gli sponsor Selenella e Coop Alleanza 3.0.
“Quando mi chiedono di parlare del mestiere di regista parlo sempre del tempo. Il tempo è tutto nel cinema, ed è tutto in Cléo dalle 5 alle 7, dove la storia ha la stessa durata della proiezione: due ore di Cléo e due ore nostre che vediamo il film. La cosa incredibile di Cléo è che pur dandosi una cornice temporale così precisa, il tempo nella sua oggettività lo fa a pezzi. È un prisma che scompone il tempo. Virginia Woolf, Natalia Ginzburg, Varda (e tante altre) hanno decostruito un mondo vecchio, inseguito personaggi femminili che chiedendosi ‘chi sono io?’ interrogavano il mondo intero e ci sussurravano che cambiare si può. Il debito nei loro confronti è immenso, una porta aperta su un’altra idea di cinema, un’altra idea di mondo”.
Quando mi chiedono di parlare del mestiere del cinema io parlo sempre per prima cosa del tempo. Il tempo è tutto nel cinema, e il tempo è tutto in Cléo dalle 5 alle 7 di Agnes Varda. È un film in cui la storia si svolge nello stesso tempo in cui avviene la proiezione del film: due ore di Cléo e due ore nostre che vediamo il film. Il tempo è onnipresente nel film anche nelle scritte che scandiscono le ore e i minuti, nei ticchettii degli orologi come quello che aziona Cléo per contare il tempo in cui riesce a restare appesa con le braccia a una sbarra, per misurare la sua forza mentre dalla pancia le si innerva nel corpo la malattia che tanto la spaventa. “Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante” scrive Natalia Ginzburg e quanto la sua voce sembra fare eco a quella di Agnès Varda e della sua Cléo! (insieme a quella di Virginia Woolf): così fa Cléo, cammina e si specchia in continuazione in una miriade di specchi che affollano il film, chiedendosi all’infinito, mentre si chiede se morirà, “chi sono io?”, “chi sono io?”, “chi sono io?” e intorno a lei si specchia la Parigi del 1961, che discute, corre, sta cambiando faccia, litiga, è piena di donne con bambini e di donne senza bambini, di taxi guidati da donne intrepide. Mi hanno raccontato che un giorno, mentre giravano Stromboli Ingrid Bergman chiese a Roberto Rossellini il senso del suo muoversi dentro quell’isola per lei così misteriosa, e lui le rispose: ho bisogno che tu ti muova per vedere quello che c’è intorno. Vedere quello c’è intorno… sembra il manifesto di Cléo dalle 5 alle 7 (e un po’ di tutta la nouvelle vague!).
Mai Parigi sembra essere stata filmata in modo così potente, poetico e indelebile come quella che vive intorno a Cléo che forse sta morendo. Molti anni fa mi sono mossa dentro Parigi a piedi per ore anche io con l’ombra della morte addosso. Mi perdevo sempre e pensavo alla morte e cercavo di fuggirla e per questo ogni cosa che vedevo di Parigi mi arroventava lo sguardo e mi si imprimeva a fuoco nella mente, perché quando corri insieme alla morte vedi forte, ti urlano gli occhi, e per questo mi sono così tanto affezionata proprio in quegli anni a Cléo dalle 5 alle 7.
Ma torniamo al tempo: la cosa, tra le tante, incredibile di Cléo dalle 5 alle 7 è che pur dandosi una cornice temporale così precisa, il tempo nella sua oggettività lo fa a pezzi. Siamo subito nella scomposizione soggettiva totale: il tempo corre e Cléo si ferma, il tempo diventa onda che avanza e torna
indietro, a un certo punto il tempo si dilata addirittura in film nel film, un film di un altro tempo, un piccolo film muto, che Cléo con la sua amica guardano dallo spioncino della cabina di proiezione di un cinema, una deliziosa comica con Jean-Luc Godard nella parte dell’innamorato piangente per la sua Anna Karina.
Cléo dalle 5 alle 7 è un prisma che scompone il tempo, un prisma scintillante come uno specchio attraverso il quale guardi e sei guardata, e tutto è perfettamente padroneggiato e tutto si scompone e questa è la poesia, precisione ferrea per dare quel senso di “vago e solubile nell’aria, senza niente che pesi e che posi” come scrive Verlaine, omaggiato da Agnès Varda con un lungo primo piano sulla fermata dell’autobus che porta il nome di Verlaine, mentre Cléo e il giovane soldato si dirigono verso l’ospedale. Ma in questa scomposizione orchestrata alla perfezione e con grande maestria è anche impossibile non sentire la voce di Virginia Woolf che ci sussurra che Clarissa quel giorno avrebbe comprato lei i fiori. Anche qui le voci di queste artiste in me si sfiorano e mi commuovono. Virginia, Natalia, Agnès (e tante altre) indimenticabili e indimenticate maestre dal talento immenso che mai soverchia, mai è narcisista, mai è prepotente pur essendo grandissimo, con le loro voci hanno decostruito un mondo vecchio e cattivo, hanno inseguito personaggi femminili che chiedendosi “chi sono io?” interrogavano il mondo intero e ci sussurravano, in un foresta di voci poetiche e femminili, che cambiare si può. Il debito che abbiamo nei loro confronti è immenso, una porta aperta per noi tutte e tutti su un’altra idea di cinema, un’altra idea di vita, un’altra idea di mondo.
Grazie Agnès Varda.
Non ricordo quanti anni avessi esattamente quando, insieme ad alcune amiche, vidi per la prima volta Sans toit ni loi. So per certo che era l’età fragile in cui tutto è polarizzato perché così fu la nostra visione del film: da un lato disdegnavamo l’idea di lamentarci sedute in una cucina come la ragazza che invidia Mona, dall’altro temevamo di finire in un fosso.
La seconda visione, solitaria, da grande, non è stata meno intensa: negli anni ho organizzato la mia vita cercando di essere libera senza cascare nel fosso, ma la pancia, rivedendo il film, ha fatto male uguale. Perché Mona è specchio fugace dei desideri e delle paure altrui, è “un colpo di vento” che attraversa e interroga: si può essere liberi senza essere soli? Quanto di noi sacrifichiamo nel “disagio della civiltà”?
Mona è un’antieroina che ha la capacità di mettere in discussione tutti, i personaggi che incontra sul suo cammino, gli spettatori che la seguono. Lo dobbiamo allo sguardo magistrale di Agnès Varda che sa solo essere orizzontale, antiretorico, umano come la provincia con la sua bellezza e le sue catene.
In Sans toit ni loi tutti si muovono senza pace tra il bisogno di libertà e quello d’amore, chi incatenandosi e gettando il lucchetto, chi cercando dolcezza negli occhi di una statua, chi rendendosi conto che si è soli anche in due. Mona non si interroga, attraversa, vive, e paga l’incapacità del mondo di accogliere la libertà di una donna. Quel prezzo Agnès lo racconta già nei primi minuti, ma è così brava ad affezionarci alla sua protagonista, da farcelo dimenticare, illudendoci per un momento che il suo destino sarà diverso.
Garage Demy (titolo originale Jacquot de Nantes) è il film che nel 1991 Agnès Varda dedica a Jacques Demy, entrambi cineasti, compagni di vita e d’avventura, figure eccentriche della Nouvelle Vague e complici fino all’ultimo. Tanto che il film, progettato dallo stesso Demy, fu terminato dalla moglie a causa delle sempre peggiori condizioni di salute, terminato un anno dopo la morte del regista, avvenuta il 27 ottobre 1990, dieci giorni dopo la fine delle riprese, e presentato fuori concorso al Festival di Cannes 1991. Non sarà l’unica opera che Agnés Varda dedicherà al lavoro del marito: seguiranno infatti nel 1993 Les demoiselles ont eu 25 ans, documentario sulla lavorazione e le celebrazioni per l’anniversario de Les demoiselles de Rochefort, e nel 1995 L’univers de Jacques Demy, con bellissime interviste agli artisti che hanno lavorato con lui.
Non si potrebbero immaginare artisti più diversi di Varda e Demy, filmografie che si avventurano in direzioni del tutto indipendenti, eppure in queste opere biografiche (e autobiografiche) si ritrovano gli stessi temi che la regista tratterà in Les plages d’Agnès del 2008 e Varda par Agnès del 2018 e le rime interne di molte immagini comuni (a cominciare dalle spiagge).
Anche se Jacquot de Nantes non è reticente sulla malattia di Demy, anzi ne documenta l’incalzare implacabile, il film non è mai triste né c’è alcun imbarazzo a trattarla come gli altri clamorosi eventi di una carriera unica e felice (Demy è il creatore di un tipo di musical che, prese le mosse da quello classico americano di Vincente Minnelli, Stanley Donen, Gene Kelly, si è inoltrato in una direzione tutta sua) e ogni cosa è raccontata con una grazia e una sensualità che, proprio per la loro leggerezza, risultano ancora più coinvolgenti.
Dall’adolescenza del piccolo Jacquot, dalla fascinazione per la meccanica nel garage del padre ai giochi che cercano di assomigliare al teatro e al cinema che lo hanno sedotto, alla prima cinepresa, al passo ridotto, all’animazione, agli esperimenti di colorazione della pellicola, tutto è incorporato nel flusso vitale di Demy e del suo doppio femminile, Agnès, che lo accompagna, lo sostiene e, infine, non permette a nessuno di dimenticarlo.
Roma, 10 febbraio 2026
Ci sono viventi venuti al mondo per immergersi tra i rivelatori imbruniti della nostra esistenza e tra i sali e gli argenti del creato. Jacquot de Nantes parla di tutto questo e, in ogni suo momento, in ogni suo fotogramma, rimette in questione ciò che il cinema dovrebbe essere: utopia, immaginario, memoria. Agnès Varda racconta la fede nella bellezza e nel bisogno di creare e, con la leggerezza degli infanti, ci racconta la nascita di un eterno cineasta: quel bambino che diventerà uomo, vecchio e fragile come quando si viene al mondo, perdutamente solo; l’infanzia come laboratorio, non come nostalgia. Il piccolo Jacquot fabbrica immagini con materiali poveri — cartone, legno, stoffa, piccoli marchingegni — e il cinema nasce come artigianato: gesto manuale, disobbedienza al reale, costruzione ostinata. È la mano che taglia, incolla, inventa; l’energia concreta che precede l’estetica e perfino la vocazione. L’amore per il cinema non è un’idea romantica: è un fare, una necessità. Il cinema smette di essere racconto di “ciò che è stato” e diventa montaggio del tempo, fissando quell’eterno sguardo sul mondo. E quel bambino con una Camex tra le mani è lo stesso adulto la cui pelle ora porta i segni del presente: ma è sempre lui, è Jacquot de Nantes!
Jacquot de Nantes è insieme ritratto e autoritratto. È il ritratto di Demy, perché protegge la nascita del suo sguardo — il punto in cui il desiderio prende forma prima dell’opera — ed è l’autoritratto di Varda, perché lo afferma nel modo stesso del montaggio.
Il cinema qui non salva dalla morte. Salva il desiderio che precede l’opera. Varda riporta il cinema al suo atto originario: il momento in cui qualcuno decide di costruire un mondo con ciò che ha tra le mani e lo custodisce come se fosse una reliquia, e nel farlo, ci ricorda che il cinema, prima di essere industria o linguaggio, è un gesto umano.
Per concludere: è la storia di chi filma e chi guarda, la storia di due immensi cineasti in perenne cammino. Se esiste un Olimpo del Cinema, loro riposano lì.
Cara Agnès,
alcuni film sono per me come delle sfere di cristallo, delle perle limpide attraverso le quali, come una chiromante, vedo il riflesso del tempo. Possono dirci quello che siamo stati, quello che saremo. Alcuni di questi riflessi possono addirittura accendere il nostro sguardo, e finalmente rendere meno evidente l’avvenire. Grazie ad una sfera di cristallo possiamo immaginare un altro mondo, si può innescare in noi un meccanismo rivoluzionario per ribaltare un destino che sembra inevitabile.
In questa collana di sfere di cristallo che sfioro al collo della mia immaginazione Les Glaneurs et la Glaneuse risplende con tutte le sue magiche luci.
L’inevitabile è, questa volta, la fine del mondo. E non sta per avvenire a causa di una grande esplosione naturale, ma per un’implosione tutta umana, fatta di traffici meschini, sprechi insensati e squallidi abbandoni. In questo destino c’è una guerra tra cibo perso e gente affamata, tra oggetti abbandonati e case senza pareti, pensieri dimenticati e uomini soli.
E cosa ci predice la tua sfera di cristallo, oh veggente Agnès?
Soprattutto, che tutte queste cose separate possono essere legate insieme. Perché le lega uno sguardo, un’attenzione luminosa, un’ironia e un amore per il mondo che è più forte della separazione a cui tutto tende.
C’è una storia molto conosciuta nel mio paese, la storia di Orlando furioso, che è stata scritta in versi dal poeta Ludovico Ariosto. Il glorioso cavaliere Orlando perde il suo senno, la sua ragione, sarebbe a dire una specie di alito magico che ci rende consapevoli e che vola via come il gas da un palloncino, e diventa pazzo per amore. Venendo a sapere che tutte le cose perse e dimenticate finiscono sulla luna, il suo amico Astolfo decide di intraprendere il viaggio verso la luna per ritrovare il senno di Orlando e riportare così l’amico alla realtà.
Astolfo dopo mille peripezie raggiunge la luna. Eccolo, è arrivato: ci sono mucchi di lacrime, cataste di sospiri, cumuli di tempo perso… Finalmente raggiunge un grosso mucchio, quello dove si trova ammassato dentro tante bottiglie il senno perso dagli uomini e le donne sulla terra. Su ogni bottiglia c’è un nome, e Astolfo si mette disperatamente a cercare la bottiglia che reca il nome del suo amico Orlando. Ma nel cercarla ha una sorpresa inaspettata: tra tutte le bottiglie, ce n’è una con su scritto: ASTOLFO. Non crede ai suoi occhi: anche lui è pazzo e non lo sapeva!
Senza farsi vedere, Astolfo recupera la ragione di Orlando… e in un colpo solo anche la sua.
Cara Agnès, quando ho visto il tuo film mi sono sentita come Astolfo: non sapevo di aver perduto il mio senno, credevo di cercare il senno perso dagli altri, dall’agroindustria, dalla grande distribuzione, dai mostri del capitalismo e dai fantasmi del materialismo, e invece ho ritrovato anche il mio.
Ovunque tu sia, Agnes, spero che ti sia ritrovata in compagnia di Orlando e Astolfo, e che possiate guardarci dalla luna: la tua sfera di cristallo è con noi.
In occasione della mostra Viva Varda! Il cinema è donna, la nuova pubblicazione Edizioni Cineteca di Bologna: Agnès Varda della giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva e radiofonica Laure Adler.
I biglietti sono acquistabili sia online sia al Bookshop della Cineteca di Bologna (sotto il Voltone di Palazzo Re Enzo). Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura della mostra.
Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì 14.00 – 20.00
Sabato, domenica e festivi 10.00 – 20.00
Ultimo accesso: ore 19
Martedì chiuso
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Biglietto cumulativo comprensivo della visita alle mostre LI HO VISTI e VIVA VARDA!:
– intero: 11 €
– ridotto*: 9 €
– ridotto Amici e Sostenitori della Cineteca: 8 €
– ridotto studenti e studentesse Unibo: 5 €
Visite guidate condotte da Anna Masecchia
Sabato 7, ore 17; domenica 8, ore 11; sabato 21, ore 17; domenica 22, ore 11
Biglietto unico (visita guidata e ingresso): 11 € (in vendita presso la cassa del Modernissimo)
Prenotazione obbligatoria: bookshop@cineteca.bologna.it
* Riduzioni: Card Cultura, Bologna Welcome card, Alliance Française, Carta Effe Feltrinelli, Soci Coop Alleanza 3.0, Abbonamenti Tper, Tessera Biblioteche, Over 65
Soci FIAF (Federazione italiana associazioni fotografiche), Soci FITEL, Tessera BENU FARMACIE
A fine giugno 2024, con l’inizio della trentottesima edizione del festival Il Cinema Ritrovato, inaugurato il nuovo accesso agli spazi del Cinema Modernissimo e alla Galleria espositiva Modernissimo: attraverso la “Pensilina”, collocata al centro di Piazza Re Enzo, è possibile accedere scendendo le scale o utilizzando l’ascensore.
Le persone con disabilità motoria e sensoriale possono usufruire di un servizio di accompagnamento ai locali scrivendo all’indirizzo biglietteriamodernissimo@cineteca.bologna.it o telefonando al numero 051 2194150.