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Mercoledì 5 agosto, Yakuza.
Giovedì 6 agosto, I tre giorni del Condor.
Due classici di Sydney Pollack in Piazza Maggiore, Sotto le stelle del cinema: mercoledì 5 agosto, alle ore 21.30, Robert Mitchum è protagonista di Yakuza; giovedì 6 agosto, sempre alle ore 21.30, è in programma I tre giorni del Condor, con un indimenticabile Robert Redford.
Ha scritto Philippe Garnier a proposito di Yakuza: “Questo film della metà degli anni Settanta, tra i migliori realizzati sull’incontro Oriente-Occidente, beneficia del profondo rispetto di Leonard Schrader per la cultura giapponese, di cui era conoscitore, della lucidità intellettuale di suo fratello Paul e del senso dello spazio di Robert Towne, che riscrisse la sceneggiatura infondendovi il proprio credo artistico (il motivo ricorrente potrebbe essere ‘let’s get lost’, come nel suo capolavoro Chinatown). Il detective Harry Kilmer torna con riluttanza in Giappone per aiutare il vecchio amico George Tanner, la cui figlia è stata rapita dalla mafia giapponese probabilmente per costringerlo a ripagare un debito. Debiti, onore e amicizia gravano inesorabili sulla storia, e Harry sbroglia faticosamente trame così infide che nemmeno lui può o vuole prevederle. Robert Mitchum, vicino ai sessant’anni e probabilmente alle prese con l’ultimo ruolo a cui tenesse davvero, è indimenticabile nella sua bellezza malinconica. Il film abbonda di maglioni a collo alto, occhiali da sole e pantaloni a scacchi che dicono la stanchezza della mezz’età. Ma Yakuza non è costruito solo per la star Mitchum, che si muove quasi nell’ombra degli altri co-protagonisti. Meditabondo e costantemente accigliato, Ken Takakura – celeberrimo nel suo paese – gli ruba regolarmente la scena. Allo stesso tempo però Brian Keith, Richard Jordan e l’incantevole Keiko Kishi contribuiscono non poco a far brillare Mitchum. Il ritmo è pacato, i dialoghi sono solidi e ben scritti, l’azione latita ma quando arriva è quasi scioccante, come nella scena in cui un Mitchum furente irrompe nell’ufficio di Keith in un’esplosione che ricorda La casa di bambù di Sam Fuller”.
Grande esperto del cinema di Sydney Pollack, Franco La Polla ha scritto che “I tre giorni del Condor ha la qualità fondamentale di ogni vera, grande opera creativa: lo si può leggere come si vuole, e in ogni caso avrà sempre forti elementi di attrattiva e fascino. Come giallo d’azione sulla CIA è riuscitissimo: montato in modo esemplare, non lascia allo spettatore un secondo di rilassamento, di intervallo fra un’azione e l’altra. Questo livello di lettura si sposa quasi naturalmente con quello politico. In pieni anni Settanta, a ridosso dello scandalo Watergate, non meraviglia un film che accusa la CIA non soltanto di fare un gioco sporco, ma addirittura di nutrire in seno segretamente un’altra CIA, lanciando così un’accusa molto grave a istituzioni governative che in quel periodo erano del resto nel mirino della protesta promossa dalle nuove generazioni. Infine, il livello più ricco e complesso, quello che vede nella pellicola una storia che supera ogni componente politica e di genere per diventare una seria, profonda, commossa riflessione sulla solitudine e sull’impossibilità di aprirsi per davvero a un altro. L’isolamento di Joe è descritto con forti tinte esistenziali; il mirabile dialogo scritto da David Rayfiel per le prime sequenze fra Joe e Kathy non appartiene all’arsenale del film giallo e spionistico, ma alla miglior tradizione del grande cinema sentimentale. Ogni parola, ogni gesto si porta dietro allusioni e addirittura metafore che vanno oltre quella specifica situazione – un uomo inseguito da un gruppo di temibili e sconosciuti assassini – e rimandano a un pensiero dolente su come e quanto sia difficile entrare in un contatto profondo con l’altro, donargli la propria fiducia, e al tempo stesso accettare l’aleatorietà di quello che ci capita. Non diversamente da quanto accade negli altri film di Sydney Pollack, l’amore come momento di apertura assoluta all’altro è qui tristemente possibile solo, appunto, come eventualità breve e parentetica. Il regista ci dice insomma che un’esperienza così forte, intensa, importante, assoluta è come la nota di un registro sovracuto: essa non può durare che limitatamente e rimanere nella memoria come felicità destinata a finire. In questo senso il film di Pollack vanta una sostanza di pensiero e sentimento in linea con la migliore narrativa, poniamo, di un Raymond Chandler: i mondi dei due autori sono ovviamente diversi, ma identica è la tensione del sentire dietro alle vicende più o meno interessanti dell’inchiesta e dell’azione. La vera magia di un film come questo è che, pur rimanendo evidentemente un prodotto molto rappresentativo del suo decennio, esso si staglia come un’opera senza tempo che si appella alla sensibilità dello spettatore per proporsi in termini di perfetta espressione di un pensiero del mondo”.