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Avevo appena recitato nel western con Jeff Chandler (La tragedia del Rio Grande) e mi hanno mandato un altro copione, una cosaccia pessima ambientata a San Diego, con dentro un poliziotto disonesto. Mi hanno chiesto: “Vuoi recitarla tu?”. Io ho risposto “forse”, e stavo ancora pensando se potevo permettermi di non farlo che loro hanno chiamato Chuck Heston e gli hanno detto: “Abbiamo un copione, vorremmo che lo leggessi. Abbiamo Welles”. Lui ha frainteso e gli ha detto: “Be’, se dirige Welles lo faccio comunque”. A questo punto riprendono il telefono e mi fanno: “Vuoi dirigerlo tu?”. E io: “Sì, se lo posso riscrivere”. E loro hanno detto che andava bene, se accettavo di lavorare per il mio compenso originale da attore, senza pretendere di essere pagato come sceneggiatore o come regista. […] Ed è stato un lavoraccio, perché bisognava rifare tutto; una storia completamente nuova. C’era solo una buona situazione di base – un investigatore della polizia con un buon curriculum che falsifica le prove perché sa che un tale è colpevole, e salta fuori che è vero, è davvero colpevole. Questo c’era nel copione originale.
[Il romanzo da cui è tratto] l’ho letto dopo aver fatto il film. Non c’era una copia in giro, e se anche ci fosse stata non avrei mai avuto il tempo di leggerla. Credo di non aver neanche saputo che c’era un libro. Ma tre o quattro anni dopo mi è capitato sott’occhio e l’ho letto. Il titolo è Badge of Evil [Contro tutti], che era anche il titolo originale del film. Non so dove abbiano trovato Touch of Evil, né cosa significhi, ma suona bene.
Orson Welles in Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Orson Welles, il Saggiatore, Milano 2016
È grazie a questo quiproquo che l’autore di Quarto potere si vide offrire la regia di questo piccolo romanzo noir. Accettò, non perché il soggetto gli piacesse, ma perché era la prima occasione di lavoro che gli veniva offerta dopo Rapporto confidenziale. Su questa banale storia poliziesca, avrebbe operato una trasformazione analoga a quella di La signora di Shanghai, benché, stavolta, in condizioni finanziarie più controllate e sicuramente molto più limitate. Per prendere un termine di confronto più vicino nel tempo e nello spirito, si potrebbe senz’altro paragonare L’infernale Quinlan a Un bacio e una pistola, dove a sua volta Robert Aldrich faceva esplodere dall’interno il brutto romanzo di Mickey Spillane. In effetti, nel film di Welles si ritrova la stessa adesione a una retorica da série noire spinta fin quasi al limite del tollerabile, nonché un sadismo sessuale al quale i suoi film precedenti non ci avevano abituato. Qualunque sia, comunque, il giudizio che diamo su questo eccellente film di Robert Aldrich, tra L’infernale Quinlan e Un bacio e una pistola c’è lo stesso rapporto che intercorre tra l’opera di un maestro e quella del suo brillante discepolo.
André Bazin, Orson Welles, GS editrice, Santhià 2000
Per ben dieci anni dopo Macbeth, Welles non riuscì a dirigere nessun altro film in America; e il primo che riuscì a realizzarvi dopo questo lungo intervallo è così infarcito di messaggi, così ricco di acrobazie visive, e così fittamente popolato di amici famosi mascherati come per una festa di Carnevale, che avrebbe potuto facilmente degenerare in una sorta di stravagante e magari divertente capriccio. E invece, a parte Quarto potere, L’infernale Quinlan resta il più straordinario ed emozionante dei suoi film, quello in cui riescono in qualche modo irripetibile ad armonizzarsi il grande uomo di spettacolo, il polemista politico, il romantico irriducibile, il filosofo moralista, il talento surreale: tutti i punti di forza e le specialità del repertorio wellesiano.
James Naremore, Orson Welles. Ovvero la magia del cinema, Marsilio, Venezia 2023
Tratto da un romanzo di Whit Masterson (Contro tutti) già sceneggiato da Paul Monash, L’infernale Quinlan racconta lo scontro, professionale e umano, che si accende tra due poliziotti, il messicano Mike Vargas (Heston), fresco sposo di Susan, e l’americano Hank Quinlan (Welles), entrambi coinvolti nel caso di un attentato che ha fatto saltare in aria un facoltoso americano. Quinlan si fida solo del proprio istinto e non si ferma davanti a niente, nemmeno alla fabbricazione di prove false; Vargas è invece rispettoso delle regole e delle procedure. La loro guerra coinvolgerà l’incolpevole Susan e la famiglia mafiosa Grandi e porterà a una resa dei conti in cui Quinlan verrà tradito dal suo braccio destro.
Welles rielabora la sceneggiatura esistente attribuendo a Quinlan un ruolo altrettanto importante che a Vargas, ma soprattutto sposta l’azione al confine tra Messico e Stati Uniti e colora il film di continui rimandi alla tensione razziale che si respira in quei luoghi.
Paolo Mereghetti, Orson Welles. Introduzione a un maestro, Rizzoli, Milano 2008
Ancora una volta Welles si cimenta con un thriller improntato a una forte carica di satira sociale, ancora una volta il suo stile è così scandalosamente ‘eccessivo’ che offende sia i critici sia i capi dell’industria cinematografica. Il recensore di “Variety”, per esempio, definiva L’infernale Quinlan un “film confuso e piuttosto pretenzioso” con “un avvenire commerciale malcerto”, senza dubbio gettando nel panico i dirigenti dell’Universal, che nel primo trimestre del 1958 avevano già perso mezzo milione di dollari. Durante i primi mesi di quell’anno fra i giornali del settore correvano insistentemente voci secondo le quali nella gerarchia dello studio sarebbero avvenuti cambiamenti radicali, e si sussurrava persino che la produzione cinematografica sarebbe stata del tutto abbandonata per salvare l’altro settore, la casa discografica Decca. Il presidente della società, Milton Rachmill, annunciò in aprile che da quel momento l’Universal si sarebbe limitata al “genere di film che possa sicuramente fruttarci dei soldi”. A causa di questo cauto e ansioso atteggiamento conservatore, a L’infernale Quinlan non furono mai riservate né la pubblicità né la diffusione che meritava, e ci vollero degli anni perché si conquistasse un suo pubblico.
James Naremore, Orson Welles. Ovvero la magia del cinema, Marsilio, Venezia 2023
È stata un’esperienza traumatica, tremenda. Perché ero sicurissimo. Venivano a farmi i complimenti tutte le sere per i giornalieri, e mi chiedevano: “Quando vieni a firmare un contratto per quattro o cinque film? Vieni, per favore”. Mi chiedevano tutti i giorni di firmare un contratto. Poi hanno visto la versione montata e mi hanno vietato l’accesso agli stabilimenti di produzione.
Il film era troppo cupo e nero e strano, per loro.
Orson Welles in Peter Bogdanovich, Il cinema secondo Orson Welles, il Saggiatore, Milano 2016