Quinlan l’infernale

Esaminata frettolosamente e in superficie, questa storia parrebbe opporre il buon poliziotto onesto e democratico allo sbirro corrotto, disposto ad ogni compromesso e ad ogni losco traffico pur di fabbricare i colpevoli. La sua ignominia professionale inoltre è aggravata da un nauseante razzismo che il miscuglio di popolazioni gli dà occasione di esercitare. Ma questo manicheismo di superficie si rovescia e si capovolge se si presta un po’ più di attenzione alla sceneggiatura e ai personaggi. Quinlan non è esattamente un poliziotto corrotto. Non trae vantaggi personali dalle indagini che conduce. Se pure fa condannare la gente con prove false, è convinto della loro colpevolezza. Senza di lui, quindi, questi colpevoli passerebbero per innocenti. Al diritto, all’intelligenza e all’onesta logica del collega messicano, egli contrappone l’‘intuizione’, che è per lui garanzia di esattezza nella sua diagnosi. Se fabbrica le prove, è perché gli occorrono per mandare il ‘colpevole’ alla sedia elettrica. Fisicamente mostruoso, Quinlan lo è anche moralmente? La risposta è sì e no! Sì, poiché è colpevole di arrivare fino a compiere un delitto per difendersi; no, perché da un punto di vista morale più elevato egli è, almeno per certi versi, al di sopra di Vargas l’onesto, il giusto, l’intelligente, al quale però sfuggirà sempre un senso della vita che oserei dire shakespeariano. Questi esseri privilegiati non devono essere giudicati secondo la legge comune. Sono nel contempo più deboli e più forti degli altri. […] È quest’ambiguità che, in definitiva, domina tutta l’opera di Welles dopo Quarto potere. Ambiguità dove l’estetica non è che il rovescio della morale. Poiché, in termini di bellezza, questo dualismo non è forse quello della Bella e della Bestia? […] George Minafer Amberson, Michael O’Hara, Macbeth, Otello, Arkadin, sono più o meno tutti, a diverso titolo, condannati dalla nostra giustizia, dalla nostra intelligenza, perfino dal nostro cuore; ma sentiamo anche che essi sfuggono al nostro giudizio, e che implicitamente lo giudicano.
André Bazin, Orson Welles, GS editrice, Santhià 2000


Quinlan è un personaggio degno di Shakespeare, e può essere considerato la sintesi di molti ‘cattivi’ della carriera di Welles: ha l’energia dittatoriale di Kane, il sarcasmo ironico di Rochester, la mancanza di limiti morali di Macbeth, la brutalità volgare di Renchler e il sentimentalismo nascosto di Varner. In più, c’è un aspetto di Quinlan che lo rende quasi nobile, perfino degno di stima: il suo amore ossessivo per la giustizia. In passato, Quinlan è stato un poliziotto onesto: poi sua moglie è stata uccisa, e lui non è riuscito a procurarsi le prove legali per far impiccare l’assassino. […] Ma ormai il suo idealismo se n’è irrimediabilmente andato e il poliziotto s’è abituato ad usare prove false per incastrare i sospetti. A questo punto, nel suo piccolo regno di Los Robles, una fetida cittadina al confine tra Messico e Stati Uniti, arriva Vargas. […]
In Quinlan c’è molto di Falstaff. Dopo aver mandato un subalterno a prendere qualcosa da mangiare nel bel mezzo d’un cruento terzo grado, mormora deluso: “Ma come? Non mi hai portato nemmeno un pasticcino, o una frittella dolce?”. Grottescamente grasso (Welles dovette ricorrere a un’imbottitura, per la parte), avido e ghiotto di dolci, quest’uomo mostruoso, che ricorda un po’ un rospo, domina tutti con la sua soverchiante presenza, accentuata ancor di più dagli insoliti angoli di ripresa e dall’ottica deformata che Welles regista utilizza.
Joseph McBride, Orson Welles, Milano Libri, Milano 1979


È sbagliato credere che Quinlan trovi una qualche assoluzione ai miei occhi. Per me è odioso: non c’è ambiguità nel suo carattere. Non è un genio: è un maestro nel suo genere, un maestro di provincia, ma è un uomo detestabile. Quello che ho messo di personale nel film è il mio odio per l’abuso che la polizia fa del suo potere. Ed è evidente: è più interessante parlare dell’abuso di potere della polizia servendosi di un uomo di un certo peso – non soltanto fisico, ma per la sua personalità – piuttosto che di un normale poliziotto da quattro soldi. Dunque Quinlan è meglio di un poliziotto normale, cosa che non impedisce il fatto che sia odioso. Non c’è sotto alcuna ambiguità. Ma è sempre possibile provare simpatia per una canaglia, perché la simpatia è una cosa umana. Di qui la mia tenerezza per persone verso le quali non nascondo affatto la mia ripugnanza. E questo sentimento non deriva dal fatto che sono più dotate, ma dal fatto che sono esseri umani. Quinlan è simpatico a causa della sua umanità, non delle sue idee. Non c’è in lui la minima traccia di genio: se sembra averne, ho sbagliato qualcosa. Quinlan è un buon tecnico, sa fare il suo lavoro, è un’autorità, ma poiché è un uomo di una certa forza, un uomo di cuore, non si può fare a meno di provare simpatia per lui: malgrado tutto è un essere umano. […] 
Se si deve scegliere tra l’abuso di potere della polizia e lasciare impunito un delitto, bisogna preferire che il delitto non sia punito. Questo è il mio punto di vista. Supponiamo che il giovane messicano sia davvero colpevole: in che cosa consiste di preciso la sua colpevolezza? Questo non ci riguarda. L’argomento del film è un altro. Quest’uomo è soltanto un nome su un giornale: tutti se ne infischiano di sapere se lui è colpevole o no. Non è che una parentesi nella sceneggiatura. Così, dunque, hanno preso il vero colpevole; ma si tratta di un particolare del tutto aneddotico, non c’entra con il tema: il colpevole è Quinlan. […] 
Lo stesso Kane è un uomo che abusa del potere della stampa di massa e si erge anche lui contro la legge, contro tutta la tradizione della cultura liberale. Anche lui tiene in scarsa considerazione quella che io ritengo essere la civiltà e cerca di diventare il re del suo universo, un po’ come Quinlan nella sua città di frontiera. Ecco il piano sul quale questi personaggi si incontrano. E si incontrano anche con Harry Lime, con il suo disprezzo per tutto, che cerca di farsi re di un mondo senza legge. In questo sono tutti d’accordo ed esprimono, ciascuno a modo suo, tutto quello che io odio di più. Ma io amo, capisco, ho una simpatia umana per questi diversi personaggi che ho creato, e li trovo odiosi, odiosi moralmente, non umanamente.
Orson Welles in André Bazin, Charles Bitsch, Jean Domarchi, Intervista con Orson Welles, “Cahiers du cinéma”, settembre 1958, ora in Orson Welles, It’s All True. Interviste sull’arte del cinema, a cura di Mark W. Estrin, minimum fax, Roma 2005